Questo portale non gestisce cookie di profilazione, ma utilizza cookie tecnici per autenticazioni, navigazione ed altre funzioni. Navigando, si accetta di ricevere cookie sul proprio dispositivo. Visualizza l'informativa estesa.
Hai negato l'utilizzo di cookie. Questa decisione può essere revocata.
Hai accettato l'utilizzo dei cookie sul tuo dispositivo. Questa decisione può essere revocata.

Cappella di San Michele

Categoria Chiese e cappelle

La cappella, la statua, i pellegrinaggi

La chiesetta di S.Michele si trova sulla via vecchia per Capurso. Nel 1844 dice Garruba: "a poca distanza dall'abitato evvi un'altra cappella intitolata all'Arcangelo S. Michele di padronato particolare della famiglia Ungari".

Nel 1925 Roppo scrive: "Tra le chiese minori del paese eravi quella della Madonna della Grazia, ora diruta nei pressi dell'attuale orologio pubblico, e l'altra di S. Michele Arcangelo di patronato particolare della famiglia Ungari, naturale del luogo". Oggi è proprietà comunale.

È una chiesetta rurale. Semplice dal punto di vista architettonico: un solo vano rettangolare con volta a botte. È costruita con materiale povero: tufi, pietre e calcinacci messi insieme con pregevole gusto. Bella nella sua semplicità, si vede dal centro del paese, essendo nella direzione dell'antico arco. Difficoltosa è la datazione per mancanza di documenti dai quali si possa rilevare la data di costruzione. Non è dato sapere da chi fu fatta costruire: probabilmente da un nostro ricco antenato particolarmente devoto all'Arcangelo Michele.

Da un documento del 1752 risulta che in quell'anno ne era proprietario il sacerdote Don Martino Nardulli, il quale riscuoteva per la Cappella 28 grana e mezzo all'anno, con l'obbligo di utilizzare tale somma per le suppellettili dell'altare.

In una nicchia posta sull'altare principale era ubicata una statua dell'Arcangelo. Un'opera in pietra calcarea realizzata, probabilmente, nella seconda metà del 1500, da uno scultore della scuola fiorentina del Sansovino.

Risale al 1811 il primo documento ufficiale in cui si trova traccia della statua. In quell'anno, infatti, il Sindaco di Cellamare, Leonardo Pavone, su ordine dell'Intendente della Provincia di Bari, compilò un elenco di tutte le opere d'arte esistenti nelle chiese del paese.

Così scrive il Pavone: "Nella Cappella rurale di San Michele esiste una statua dell'istesso Santo, con tre quadri, cioè uno della Madonna del Carmine, l'altro dè Santi Vito, Modesto e Crescenzo, e l'altro di S. Francesco da Paola, e S. Antonio Abate. Cellamare, 15 giugno 1811. Leonardo Pavone Sindaco".

La statua di S. Michele non è sempre stata al suo posto. Infatti, trafugata da ignoti negli anni sessanta del secolo scorso, è stata ritrovata nel 1999, grazie all'impegno e alla dedizione di un nostro concittadino: il tenente dei C.C. Michele Miulli, Comandante del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Artistico di Bari.

Malgrado riporti evidenti mutilazioni, la statua dell'Arcangelo Michele è rimasta molto cara ai cellamaresi. Qualcuno la ricorda candida e folgorante nella sua nicchia. Altri ricordano l'Arcangelo con il braccio destro levato in alto nell'atto di brandire una spada per colpire il demonio. Altri ricordano la figura mostruosa del diavolo, che schiacciato dal piede vincente dell'Arcangelo, gemeva in modo stridulo e terrificante.

L'11 marzo 1817 fu emanata la legge che obbligava i Comuni a costruire i Campisanti fuori dai centri abitati. Cellamare si attivò subito, individuando il sito più adatto in contrada "Le Croste". Fu elaborato anche il progetto dall'ing. Giovanni Memolo di Acquaviva delle Fonti, ma l'opera non fu mai cantierizzata per una serie di motivazioni, prima fra tutte quelle di carattere finanziario.

Così nel 1840 si decise di costruire due sepolcri nella chiesa di San Michele, dove le sepolture avvenivano per tumulazione.

In quell'anno proprietario della Cappella risultava il Sig. Ungari Francesco di Domenico.

Nella sua relazione tecnica il progettista, l'architetto Luigi Revest, scriveva: "Si è concepito adattare il Camposanto a fianco la medesima, conciliandolo con un decente ingresso da costruirsi innanzi la Cappella, alla cui destra, entrando vi sarà il vano che immetterà nella stanza del Custode, e nel Cortile del Camposanto. Per rendere poi più solenne le sacre funzioni che praticar si debbono nella Cappella in suffragio dè defunti, e per la maggior comodità del seppellimento si è ideato nel muro a dritta entrando la Cappella un vano di comunicazione con i viali del Camposanto. Nel Cortile dell'indicato Camposanto vi saranno nove tumuli sufficientissimi per una popolazione di 700 anime, oltre lo spazio che si rimarrà per la costruzione di qualche sepolcro gentilizio. Sottoposto al pavimento dell'anciporto vi sarà il cimitero".

La chiesa di San Michele non nacque dunque come Cappella del cimitero, ma quest'ultimo fu adattato nella chiesetta e nel terreno di pertinenza. Quello fu dunque il sacro luogo dove trovarono l'ultima dimora i nostri antenati fino al 1902, anno in cui fu costruito il nuovo cimitero in via Rutigliano. In tempi ormai lontani, i cellamaresi, quando uscivano dal paese, attraverso la porta della terra, lasciando alle spalle la chiesa Matrice, si trovavano di fronte la chiesetta di San Michele; si facevano il segno di croce ed iniziavano così la giornata.

La popolazione cellamarese ha sempre avuto una grande devozione per l'Arcangelo del Gargano; devozione che si è manifestata soprattutto con i pellegrinaggi al suo Santuario. Questi non venivano organizzati per la festa liturgica di S. Michele in settembre, né l'8 maggio, giorno dell'apparizione, ma, secondo un'antica consuetudine, il 3 maggio. Si formava un'unica e numerosa comitiva, una lunga fila di carri, ricoperti con i caratteristici tendoni a capanna che riparavano i pellegrini dal sole o dalla eventuale pioggia.

Il pellegrinaggio durava otto giorni, con tappe tradizionali a Margherita di Savoia, a Manfredonia, a Foggia e, sulla via del ritorno a S. Ferdinando di Puglia.

L'itinerario comprendeva le rituali visite alla chiesetta di S. Leonardo a Manfredonia, al santuario dell'Incoronata a Foggia e alla basilica si S. Nicola a Bari. Il viaggio si svolgeva tra canti e preghiere.

Molti, per penitenza, salivano il monte a piedi e, spesso, con il peso di grossa pietra sulle spalle. Era usanza toccare con mano l'anello di ferro posto sul portone d'ingresso della Grotta, perché, secondo una credenza popolare, tale toccamento assicurava il ritorno al santuario negli anni futuri. Il ritorno a Cellamare avveniva nel pomeriggio del 9 maggio. Una gran folla andava incontro alla comitiva sulla via di Bari. Alle porte del paese, i pellegrini scendevano dai carri e in processione si recavano alla Chiesa Matrice e alla Cappella di San Michele sulla via vecchia per Capurso, per ringraziare Dio e l'Arcangelo del viaggio compiuto.

  • Info e recapiti

Direttiva per la qualità dei servizi on line e la misurazione della soddisfazione degli utenti

Hai trovato utile, completa e corretta l'informazione?
  • 1 - COMPLETAMENTE IN DISACCORDO
  • 2 - IN DISACCORDO
  • 3 - POCO D'ACCORDO
  • 4 - ABBASTANZA D'ACCORDO
  • 5 - D'ACCORDO
  • 6 - COMPLETAMENTE D'ACCORDO
Torna a inizio pagina