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Le tradizioni cellamaresi

 

A Cellamare l'unità di misura per i terreni agricoli era "l'aratro". Il "Catasto provvisorio dei Comuni della Provincia di Bari", nel 1814, così definisce tale unità di misura: "L'aratro è composto di ordini 25; ciascun ordine di 50 passi; ogni passo di palmi 7 napoletano; pertanto la sua superficie quadrata è di palmi 61.250".

Nel 1901 la Tipografia del Reale Ospizio Vittorio Emanuele II di Giovinazzo, su commissione dell'ingegnere Ferdinando De Camelis, pubblicava le tavole di conversione delle antiche misure agrarie di tutti i comuni dell'Italia meridionale nel nuovo Sistema Metrico Italiano. Da tali tabelle si rileva che l'aratro cellamarese corrispondeva a 25 ordini, a 1.250 passi quadrati, a 48.828,13 palmi quadrati e a 34,17 are. Un ordine, corrispondente a 50 passi quadrati, equivaleva a 1,37 are.

Alcuni contadini usavano come misura agraria anche il "vignale" che era composto da due aratri.

Nel 1934 negli " Usi e consuetudini..." pubblicati annualmente dalla Camera di commercio di Bari, parlando di Cellamare, si dice che la durata dei contratti di locazione delle case era di un anno. L'inquilino doveva provvedere all'imbianchimento dei muri interni della casa e il proprietario era tenuto a fornire la calce occorrente. La scadenza del contratto di affitto delle case era il 10 agosto; la disdetta andava fatta il 29 giugno. Le annualità venivano pagate posticipate.

Per i fondi rustici la durata della locazione era di 2 anni; la disdetta andava fatta il 15 febbraio e la scadenza era fissata il 15 agosto. Alla scadenza del fitto l'affittuario uscente aveva il diritto di accedere al fondo solo per eseguire la raccolta dei frutti pendenti.

Quando si faceva la mietitura, al proprietario toccava dare ai mietitori, oltre la "giornata" pattuita, anche il companatico e il vino.

Quando l'operaio partecipava alla trebbiatura con gli animali, il proprietario gli doveva dare il compenso pattuito e, ogni giorno, due minestre e il vino.

Quando l'operaio lavorava nei "trappeti", oltre "la mercede convenuta", gli toccavano due minestre, il pane e il vino. Le vasche o frantoi dove si "macinavano" le olive erano in pietra e venivano mossi a forza animale. In una giornata lavorativa di 8 ore venivano macinati circa 10-13 quintali di olive.

Era consuetudine che i proprietari dei frantoi, quando la raccolta delle olive era buona, trattenevano, a titolo di compenso, da coloro che si presentavano al loro "trappeto" per l'estrazione dell'olio dalle olive, soltanto la sansa di risulta. Nei periodi di scarso raccolto, invece, esigevano anche un compenso in denaro.

Nei primi anni dell'ottocento, a Cellamare, era in auge il regime dotale ereditato dalle consuetudini longobarde.

Pastore riproduce in parte un atto rogato dal notaio Giacomo D'Alessandro, della Piazza di Capurso, del 7 novembre 1829, in cui si stabiliscono i capitoli matrimoniali.

Il cronista intitola l'articolo "Sua maestà il corredo". La sposa è Angela Salatino, figlia di Nicola e di Margherita Salminei. Lo sposo è Domenico Mariani, figlio di Vincenzo e di Caterina Miulli. La sposa abita nella strada di Montrone, fuori dal borgo medievale e dalle mura cittadine. Lo sposo abita dietro la chiesa, perciò nella parte vecchia del paese.

Entrambi i contraenti sono analfabeti, non sanno leggere, né scrivere e far di conto. Lo sposo porta in dote anche "tutti gli arnesi da lavoro per travagliare da campagnuolo" e la sposa "quattro docati per tanta rame, per uso da cucina". La sposina porta "panni cinque" e quindi "cinque lenzuoli, cinque cammiscie, cinque salviette, cinque mandili( asciugamani), cinque paia di calzette, cinque vantisine (grembiuli), cinque faccioletti ...".

Anche lo sposo porta "panni cinque": "cinque cammiscie, cinque paia di calzonetti (mutande), cinque corpetti, cinque paia di calzette, cinque faccioletti...". Le famiglie di provenienza degli sposi sono di condizioni economiche medie; infatti se fossero state ricche avrebbero portato "panni quindici"; se fossero state povere avrebbero portato "panni due".

Così scrive Roppo nel 1925: "La festa principale del paese è quella di S. Amatore, protettore del luogo e ricorre la prima domenica di maggio. Il giorno della vigilia si mangia la rituale pizza rustica, per cui le donne nel forno si accapigliano facilmente per scambi fortuiti della torta di rito paesano.

Una volta in occasione di questa festa i cellamaresi, sospettosi per indole, temendo i cachini dei forestieri, si armavano di spirito aggressivo, e il motto di ordine era: la sera della fasta che nessuno si ubriachi! Tutti pronti ed uniti per qualunque evenienza! Si racconta difatti, che un anno una compagnia di Capursesi, si presentasse alla licita del Santo, e rimasta aggiudicataria uno di essa estratto un fazzoletto di tasca, fé mostra di formarne un cercine, e domandato cosa volesse fare rispose: ora Sant'Amatore è mio, e me lo porto a Capurso! Non l'avesse mai detto! Furono botte da orbi, poco mancò che per i capursesi non si ripetesse il piccolo vespro siciliano a Cellamare. Infatti tra i due paesi vi è un certo spirito di antagonismo, come quasi sempre in Puglia tra paesi vicini.

La licita del Santo a Cellamare, come in altri comuni del barese, sta a rappresentare la gara a pubblica auzione a favore del maggior offerente che per devozione, o voto fatto, o fanatismo vuol avere l'onore di portare a spalla il Santo nella processione solenne della festività"(1).

Nel 1974 così scrive Rosa Resta a proposito della festa patronale: "il paese, in questa circostanza, assume un pacato aspetto festoso; le strade comunali Via Bari e Corso Roma vengono addobbate con impianti di illuminazione; in Via Libertà si stanziano i carrozzoni delle giostre, che portano una nota di gioia in questo paese dall'atmosfera uniforme; nel Largo Plebiscito si erge il palcoscenico dove la Banda esegue musiche piacevoli che intrattengono i Cellamaresi, tutti riuniti per festeggiare il loro patrono; alcune bancarelle di mandorle e arachidi, di giocattoli e palloni colorati occupano gli angoli delle vie che si affacciano sul Largo Plebiscito; anche la Chiesa Madre viene decorata con illuminazioni.

A mezzogiorno si celebra la santa messa, dopo di ché, si organizza una processione." Il Sindaco consegna le chiavi nelle mani del Sano, come per dire "Affido a te il paese: proteggilo tu da tutti i mali; non fargli mancare nulla".

E sempre Resta aggiunge: "La sera, in segno di gioia, e per salutare il Patrono, i Cellamaresi preparano dei fuochi d'artificio."

Roppo scrive: "Anche a Cellamare vi è l'uso dei falò, grandi cataste di legna che si fanno bruciare per gioia, nelle sere precedenti le feste dell'Immacolata, S. Giuseppe, S. Amatore, S. Raffaele.

La trebbiatura, la vendemmia e la raccolta delle olive si chiudono per lo più con un succulento simposio, come pure quando edificando le case si elevano le volte.

Il rito nuziale è sempre solennissimo: un corteo di parecchie coppie, vestite di gran lusso, accompagna gli sposi, prima alla casa comunale e poi alla Chiesa parrocchiale, dove c'è sempre messa cantata e benedizione solenne. Infine ricompostosi il corteo si va alla casa dello sposo fra un gettito continuo di confetti; fra due ali di spettatori e un iosare maledetto dei monelli. Spesso sui cortei nuziali dai balconi gli amici e le amiche gettano manate di grano, o di mandorle, simbolo dell'abbondanza e ricchezza, che si augura agli sposi.

Anche i riti funebri si svolgono con un certo splendore. Precede il morto una congrega maschile del Santissimo (confratelli) e quella femminile dell'Addolorata (consorelle)".

Resta scrive: "I riti civili coinvolgono quasi tutto il paese; per esempio, la morte di un Cellamarese è motivo di cordoglio per tutti, in quanto fratello cellamarese. Il feretro, a volte, viene portato a spalla dai più cari, fino al Cimitero comunale. In silenzio religioso, poi, i parenti e gli amici si recano, in fila, presso i famigliari del defunto, per le consuete condoglianze".

E Roppo aggiunge: "Alla festa del Venerdì Santo, quando l'Addolorata s'incontra con Gesù morto, i contadini sparano in aria colpi di pistola. Nel dì della Resurrezione le donne allo squillare delle campane suonano chitarre ed organetti, ed in aria gli uomini sparano colpi di fucile."

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