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La mietitura del grano "da sole a sole"

Nei mesi di giugno, luglio ed agosto, a Cellamare, si aveva una breve emigrazione stagionale. I poveri braccianti agricoli andavano alla "Pùgghie", cioè a mietere il grano nel Tavoliere foggiano: a Cerignola, a S Severo, a San Giovanni Rotondo.

Lì gli emigrati temporanei, sfruttati dai padroni, vivendo in condizioni igieniche disagiate,

riuscivano a guadagnare, in un mese di lavoro, circa 50 lire, tra mille ristrettezze e sacrifici, lontani dalla propria famiglia. La somma guadagnata, al ritorno al paese, era appena sufficiente per far fronte alle varie spese domestiche arretrate, tra cui la pigione o, come si dice comunemente, il fitto.

Era diventato un fatto di costume locale, un'abitudine collettiva, che si tramandava di padre in figlio, di generazione in generazione, nelle varie famiglie povere, come una provvida occasione, per integrare il basso reddito familiare.

Per i giovani prossimi al matrimonio andare alla "Pùgghje" era diventato d'obbligo. Così desideravano i genitori e i parenti dell'innamorata. Si voleva che lo sposo andasse a lavorare alla "Pùgghje", non solo per guadagnare e avere la somma occorrente e necessaria per affrontare il matrimonio, ma anche per vedere se il giovane fosse sano: se non fosse stato tale, non avrebbe saputo affrontare e resistere al lavoro faticoso e stanchevole della mietitura, sotto il sole ardente, in una pianura, in cui non c'era un angolo di ombra.

Nella seconda quindicina di giugno, su traini carichi di bisacce e tirati da muli, partivano da Cellamare alla volta del Foggiano, numerose "paranze", dirette e assoldate da un "bandiere", ossia da un caporale, da un caposquadra. Ogni squadra era formata da quattro o cinque mietitori e da un "legante", cioè da un esperto nel legare il grano mietuto in tanti piccoli fasci, detti "manocchie".

Lavoravano "da sole a sole", dall'alba al tramonto. A decidere come e quanto lavorare era il "soprastante", il sorvegliante, "cane da guardia" del proprietario. Cento uomini erano davanti, a tagliare le spighe con la falce. Cento bambini erano dietro, a legare i fasci di spighe. Poteva capitare, come accadeva, che il proprietario ordinasse di non far bere alla pausa di mezzogiorno, perché "con una passata d'acqua si perdeva un'ora e mezza". Chi disubbidiva era immediatamente licenziato, e un colpo di doppietta intimidatorio veniva sparato in aria perché gli altri capissero. Era una tortura stare curvi tutto il giorno sotto il sole cocente e non potersi dissetare, con la fiasca dell'acqua fresca lì a due passi sotto i "manocchi".

La tradizione di recarsi nel foggiano per la "campagna del grano" si è protratta fino agli anni cinquanta del secolo scorso, fino a quando cioè sono state introdotte per la raccolta del grano le trebbiatrici meccaniche.

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