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Affigliati alla "vendita" di Capurso

Nel 1799 Cellamare non subì l'invasione delle truppe francesi, inviate, da Napoli in Puglia, dal Generale Championèt, per spegnere in nome della Repubblica Partenopea, l'insurrezione scoppiata tra i "sanfedisti", seguaci dei borboni spodestati, e i "repubblicani", sostenitori delle nuove idee liberali. Cellamare, a differenza di altri comuni di Terra di Bari, fu risparmiata, probabilmente per le sue piccole dimensioni.

Scrive Roppo. "Narrano i più vecchi del luogo, che quando i francesi da Montrone marciavano su Rutigliano, dalla collina di Pacifico videro la sottostante piccola bicocca di Cellamare, come avvolta da una fitta nebbia, che pareva mare; e non credettero per nulla disturbarla forse a tanto determinati dalla piccolezza del suo abitato".

Il 15 aprile 1813 Gioacchino Murat, cognato di Napoleone I, transitò da Capurso per recarsi a Taranto, passando attraverso quella che allora si chiamava "Via Consolare" (la ex statale 100). I Cellamaresi, in massa, si portarono su quella via, che dista circa un chilometro dal paese, per ammirare l'imponente corteo regale.

Passata la bufera napoleonica, dopo la sconfitta di Waterloo e la fucilazione di Gioacchino Murat a Pizzo di Calabria, si restaurò il governo borbonico più repressivo e feroce. Roppo scrive ".. anche la piccola Cellamare tenne accesa l'idea liberale delle aspirazioni unitarie della patria: Anche a Cellamare vi fu una piccola loggia carbonarica, ove gli elementi più evoluti si congregavano per tener desta l'aspirazione della patria libertà contro la tirannide del governo borbonico, che dopo la caduta dell'astro napoleonico era riuscito ad insediarsi a Napoli con maggior ferocia repressiva."

Compito dei carbonari era quello di opporsi ai governi assoluti e di affermare gli ideali di libertà ed indipendenza.

Operando in clandestinità, per non essere scoperti, i carbonari usavano nomi simbolici.

Le associazioni erano chiamate "vendite"; i capi "maestri" o "gran maestri"; gli iscritti "buoni cugini"; i luoghi di riunione "baracche"; i dintorni "foreste"; "purgare la foresta dai lupi" o "rivendicare l'agnello" significava liberare la patria dagli oppressori.

In tutti i Comuni della provincia di Bari nacque una "vendita" con nomi diversi: a Valenzano "Focione", a Montrone "La Carità", a Canneto "La Croce", a Triggiano "I seguaci di Bruto", a Noicattaro "La Costanza", a Rutigliano "Liberi Peucezi", a Capurso "La Costanza di Catone in Utica". Dice Pastore: "I Carbonari di Cellamare si affigliarono a quest'ultima vendita" cioè a quella di Capurso. Infatti non c'era nel nostro paese una "vendita" locale dato il numero limitato degli iscritti, dovuto non alla mancanza di patriottismo o di amore per la libertà, ma alle piccole dimensioni del paese ( nel 1818 gli abitanti erano circa 600).

Domate, con l'aiuto delle truppe austriache, le insurrezioni del 1821, Ferdinando I iniziò una feroce persecuzione nei confronti dei patrioti.

In ogni Comune fu istituito un Corpo di Guardia di Sicurezza. Mediante l'inquisizione e la delazione, la polizia borbonica cercò di individuare nei singoli paesi coloro che erano stati iscritti alla Carboneria, formando le liste nere. Tutta la popolazione fu sottoposta a rigoroso controllo con l'istituzione della "Carta di Sicurezza" che attestava la probità politica di ciascun cittadino. Chi ne era privo non poteva uscire dal proprio Comune.

Presso l'Archivio di Stato di Bari è conservato il "librone" su cui la polizia borbonica registrava i nomi dei carbonari scoperti e conosciuti. Da tale documento risulta che i Carbonari di Cellamare accertati furono dieci:

Pavone Pasquale fu Francesco, nato e domiciliato a Cellamare. Era un proprietario. Fu nel 1818 ascritto alla carboneria con il grado di "maestro", serbando una condotta effervescentissima. Il giorno della rivolta si recò a Bari per prendere una bandiera e la portò per le vie del nostro paese. Era un uomo coraggioso ed ardimentoso, che non si fermava dinanzi alla prima minaccia o al primo pericolo. Visse il dramma della situazione politica del suo tempo in modo profondo e sentito e per questa ragione la polizia borbonica lo considerò "effervescentissimo" che per essa significava "pericolosissimo".

De Sario Pasquale fu Francesco. Era il Cancelliere comunale. Tutti lo chiamavano "don Pasquale" per la sua popolarità e per il suo modo di trattare la povera gente. Dava gratuitamente consigli e suggerimenti a quanti si rivolgevano a lui. Nel 1819 si iscrisse della "vendita" di Capurso. Occupò il grado di "apprendente". Era di temperamento "effervescente". Dopo i moti del 1820-21, serbò buona condotta.

Nardulli Oronzo fu Nicola. Era un proprietario che si faceva voler bene da tutti. Era molto conosciuto in paese ed anche fuori. Tutti lo chiamavano "don Oronzo". Fu carbonaro nel 1813.Occupò il grado di "apprendente". Era istruito e di indole "effervecente". Dopo i moti, serbò buona condotta. Fu tenente legionario, ovvero partecipò alla lotta contro gli Austriaci che erano venuti in aiuto del re Ferdinando I.

In una nota marginale del "librone", la polizia borbonica scriveva: "Disse in tempo della Costituzione che aveva travagliato sette anni", cioè aveva atteso sette anni prima di vedere la lotta ai Borboni, per ottenere la Costituzione.

De Sario Giuseppe fu Domenico. Era salassatore. Fù ascritto alla "vendita" di Capurso nel 1819. Occupò il grado di "apprendente". Dopo i moti serbò condotta moderata e buona.

Miulli Giovanni fu Domenico. Era "campagnuolo" ovvero contadino. Fu ascritto alla Carboneria nel 1819. Occupò il grado di "apprendente". Fu di indole "effervescentissima". Dopo i moti serbò buona condotta.

Lorusso Aurelio fu Michele. Era un proprietario. Fu uno dei primi iscritti alla Carboneria, non solo di Cellamare, ma anche dei paesi viciniori.

Occupò il grado di "apprendente". Fu di indole "effervescentissima", come Pavone e Miulli. Erano i più attivi; parlavano in continuazione, incitando e invogliando i compagni.

Era sempre tra i primi a prendere l'iniziativa nel sostenere la lotta ai Borboni. Era dignitoso. Amava la povera gente e aiutava il prossimo come meglio poteva, anche se le sue condizioni economiche non erano tali da aiutare tutti, come desiderava. Dopo i moti serbò buona condotta. La polizia borbonica in una nota marginale del "librone" così scriveva: "Andiede a servire come Gendarme, congedato fu ricevuto a Capurso". Anche la polizia era a conoscenza che i Cellamaresi erano iscritti alla vendita capursese.

Pavone Leonardo fu Francesco. Era medico. Fu ascritto alla Carboneria nel 1818. Occupò il grado di "maestro". Era di indole moderata, non si esponeva troppo. Dopo i moti del 1820-21 serbò buona condotta. Era un uomo amato e stimato da tutti per il suo carattere comprensivo, caritatevole, buono e generoso. Lavorò molto per la Carboneria. Per la professione che esercitava, poteva entrare ed uscire dalle case dei cittadini, giorno e notte, a qualsiasi ora, senza destare sospetti e senza ricorrere ai mezzi a cui ricorrevano gli altri, i quali fingevano di vendere il carbone, per entrare in casa e consegnare libri e giornali o per dare delle comunicazioni. I cittadini lo chiamavano "don Leonardo".

Ronchi Francesco Paolo fu Michele. Era un proprietario. Era nato a Cellamare ma risiedeva a NoJa. Fu ascritto alla Carboneria il 1818. Occupò il grado di "apprendente". Serbò una condotta moderata. Era un uomo buono e di carattere calmo e sereno. Trovava sempre le parole adatte per convincere alla causa dei carbonari chiunque aveva la possibilità di avvicinare in paese e in campagna.

Mariani Domenicantonio fu Nicola. La polizia borbonica non aggiunse altri particolari sul suo conto, ma si limitò soltanto a registrarne il nome il cognome e la paternità.

Mariani Antonio fu Nicola. Fratello di Domenicantonio, fu un altro carbonaro, conosciuto e registrato dalla polizia che si limitò a registrarne solo il nominativo.

Inoltre, sul "librone", furono riportati altri tre nominativi che successivamente vennero cancellati. Ciò significa che inizialmente furono sospettati e in seguito, dopo ulteriori informazioni assunte dalla polizia borbonica, risultarono estranei e pertanto furono scagionati. I tre nominativi erano: Michele Cinquino, Michele Discipio e Michele Miulli.

I carbonari costituirono una grande scintilla, che venne soffocata ma non spenta, in quanto, raccolta dalle generazioni successive, divenne quel gran fuoco che arse in tutta Italia e che condusse all'unità della patria. Il Meridione ebbe il merito di aver fatto scattare tale scintilla e anche Cellamare diede il suo piccolo ma utile contributo.

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