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Feudatari, baroni e principi

Intorno al 1285, durante il regno di Carlo II d'Angiò, poco dopo la ricostruzione ad opera dell'Arcivescovo Romualdo II, Cellamare da predio ecclesiastico diviene feudo laicale di proprietà di Roberto Venato. Chi fosse costui e per quale motivo divenne primo feudatario di Cellamare, non è noto.

A Roberto successe il fratello Galeotto, che morì, nel 1294, anno in cui il feudo di Cellamare passo al Regio Fisco o Demanio dello Stato.

Scrive Roppo: "Il Regio Fisco spesse volte diventava erede dei feudi le quante volte per mancanza di eredi nel feudo o per tradimento o fellonia del signore feudale, o per mancato pagamento di adoha o di altre imposizioni statali il feudo ricadeva a beneficio del Fisco, che non per nulla i giuristi chiamarono pater omnium. Rientrato il feudo in potere del Fisco il Re, quale sovrano generale della nazione, passava nuove cessioni del feudo o sotto forma di vendita, o permuta, o donazione a qualcuno dei signori preferiti del reame".

Nel 1407 il feudo di Cellamare passò dal Regio Fisco a Antonio Sandionigi della illustre famiglia francese che già possedeva il feudo della vicina Capurso. Antonio Sandionigi sposò Margherita Montefuscoli, da cui ebbe due figlie: Romanella e Covella. Quest'ultima subentrò al padre nel possesso del feudo di Cellamare. Covella Sandionigi, con il consenso del Re Ladislao, sposò Giovanni Della Marra portandogli in dote i feudi di Cellamare, Capurso, Balsignano e Modugno. Covella Sandionigi morì il 1443 ed il casato Sandionigi si estinse in quello dei Della Marra, nobilissima famiglia napoletana che ebbe il dominio di molti feudi, tra cui Barletta, Capurso e Cellamare. Giovanni Della Marra fu Gran Cancelliere del Regno di Napoli e godette la confidenza della Regina Giovanna I di Napoli.

Successivamente il feudo di Cellamare passò a Giovannella Gesualdo che sposò Domenico Attendolo, figlio di Bosio e nipote del celebre Marco Sforza. Nel 1455 fu venduto a Raffaello Barnaba e a Renzio De' Marra(1).

Quindi fu venduto per ducati 6100 a Paolo di Sangro, appartenente al nobile casato napoletano che sin dal 1033 possedette la contea di Sangro.

A Felice Della Marra si devono, nel 1544, i lavori di riadattamento che trasformarono il castello, da rocca fortificata a residenza gentilizia e quindi a palazzo ducale o baronale, come risulta da una epigrafe latina visibile nell'atrio interno

Il nuovo dominio dei Della Marra durò fino al 1631, anno in cui il feudo passò in possesso di Nicolò Del Giudice, nipote di Marcantonio. Nicolò Del Giudice comprò la carica di Corriere Maggiore del Regno, fece parte del Consiglio di Stato e fu cavaliere di San Giacomo di Compostella. Morì nel 1672 e gli successe suo figlio Domenico, duca di Giovinazzo dal 1651. Domenico Del Giudice (o Giudice), visse a lungo a Napoli e in Spagna; ebbe cariche importanti quali ambasciatore di Spagna a Torino e in Francia, viceré d'Aragona, ma rimase molto legato ai suoi feudi pugliesi di Cellamare e Giovinazzo. Fu una sua donazione la reliquia di Sant'Amatore custodita nella chiesa matrice di S. Maria Annunziata. Durante le lotte tra Francia e Spagna per il possesso del Regno di Napoli, conclusosi con la vittoria dell'Austria, Domenico Giudice vide confiscati i suoi beni perché fedele a Filippo V di Spagna; i Giudice furono reintegrati nei loro possedimenti nel 1725. Domenico Giudice ebbe due figli: Nicola, che divenne cardinale, e Antonio, educato alla Corte di Spagna. Antonio Giudice fu uomo d'armi e di complotti: organizzò la famosa congiura contro il reggente di Francia, duca d'Orlèans, detta la congiura del principe di Cellamare(2). L'illustre famiglia napoletana Del Giudice andò ad estinguersi nei Caracciolo, creando così il ramo nobiliare dei Giudice-Caracciolo che assunse il titolo principesco di Cellamare e tuttora perdura nei Caracciolo di Napoli il titolo di "Principe di Cellamare". Eleonora Costanza Giudice fu l'ultima rappresentante della famiglia Giudice e sposò Francesco Caracciolo: i due non ebbero figli e i feudi tornarono momentaneamente alla Corona. Tuttavia il padre della principessa, Antonio Giudice aveva costituito un maggiorasco che passo al figlio di un fratello di Francesco Caracciolo: Filippo duca del Gesso. Sua figlia Maria Eleonora ebbe i titoli di principessa di Villa e di duchessa del Gesso; uno dei suoi figli, Francesco Caracciolo, duca del Gesso e signore di Villa, comprò la terra di Cellamare e ottenne nel 1787 la riconcessione del titolo di principe di Cellamare(3).

Scrive Roppo. " Coi Giudice-Caracciolo si ebbe l'eversione feudale all'epoca di Gioacchino Murat".

Nel 1735 Carlo III di Borbone fu incoronato re di Napoli e di Sicilia. Egli cercò di eliminare gradualmente i privilegi feudali, mettendo in pratica idee riformistiche secondo le quali anche la borghesia aveva diritto di governare, spezzando quello che fino ad allora era stato privilegio esclusivo di alcune famiglie. Ai grandi feudatari fu tolta, gradualmente, la signoria delle città e dei villaggi e trasferite le terre ai Comuni. Fu istituito il Decurionato, presieduto dal Sindaco, e nelle Provincie rappresentanti del re, gli Intendenti vigilavano le Amministrazioni locali.

Nel 1741 fu istituito in tutto il Regno il Catasto onciario, su cui venivano registrate le varie proprietà terriere e i relativi proprietari.

Nel 1752 fu revisionato tale Catasto, da cui risulta che quasi tutti gli abitanti di Cellamare erano "vracciali" (braccianti), "massari" (che lavoravano tutto l'anno alle dipendenze di un proprietario) e "pastori".

I nuclei familiari (detti "fuochi") che abitavano il paese erano 105; ora, se moltiplichiamo il numero dei "fuochi" per 5.5, che è la media, secondo alcuni storici, dei componenti il nucleo familiare di quei tempi, risulta che gli abitanti di Cellamare nel 1752 erano circa 577. Allora la principessa che reggeva il feudo di Cellamare era donna Eleonora Constanza Giudice; il Sindaco era Giacomo Ronca, un ricco proprietario; gli altri decurioni (consiglieri) erano Giovanni Losurdo, Nicola Lo Russo, Leonardo Carone e Vito Cardone; il cancelliere era Francesco Paolo Mariano. Quest'ultimo aveva l'incarico di redigere i verbali, di tenere ordinato l'archivio e di rilasciare certificati in forma legale.

L'Amministrazione Comunale aveva l'ingrato compito di riscuotere le tasse e di utilizzare il ricavato per garantire i vari servizi alla popolazione.

Ogni "fuoco" pagava 42 carlini, pertanto si ricavano 4.410 carlini.

L'Amministrazione versava 432,60 ducati al feudatario, che metteva a disposizione della popolazione alcuni servizi quali il forno, la cantina, le cisterne e le neviere (la neve veniva raccolta dalle strade cittadine e ammassata nelle neviere; veniva utilizzata per conservare i cibi, a dare refrigerio durante l'estate, come rimedio per la febbre alta e per arrestare le emorragie di sangue).

Al medico chirurgo si davano ducati 6,30, al cancelliere ducati 34, all'inserviente 33,55, al Rev.do Capitolo per la cera ducati 7,12, al predicatore quaresimale ducati 6,30, al comitato dei vari festeggiamenti ducati 6,59 per la polvere da sparo, ducati 59,85 per i "panni" delle truppe provinciali, ducati 6 per il funzionamento e la manutenzione dell'orologio pubblico ed ai due guardiani dei carcerati ducati 3 ciascuno.

Allora l'arciprete era don Giuseppe Losurdo, che resse la parrocchia dell'Annunziata dal 1729 al 1769, ovvero per 40 anni. Il primicerio, detto anche "inserviente" perché ubbidiva agli ordini del Capitolo e dell'arciprete, era don Giuseppe Mariano ed aveva il compito principale di preparare ed istruire i diaconi ed i chierici. Il vicario foraneo era don Leonardo Lorusso ed il suddiacono don Michele Nardulli. Gli altri sacerdoti che facevano parte del Capitolo erano: don Santo Romano (da non confondere con l'arciprete che resse la chiesa di Cellamare dal 1665 al 1678), don Martino Nardulli, don Vito Rosario Ronca (che diverrà arciprete alla morte di don Giuseppe Losurdo nel 1769, fino al 1776), don Rocco Paolo Lorusso e don Antonio Mariano.

Come si può notare, c'erano a quei tempi a Cellamare molti sacerdoti appartenenti alle migliori famiglie del paese, che curavano la formazione religiosa e morale della popolazione.

  • G. Strafforello, La patria. Geografia dell'Italia, Torino 1899
  • S. Daconto, Saggio storico sull'antica città di Giovinazzo, 1926
  • B. Croce, Il palazzo Cellamare a Chiaia, in "Napoli Nobilissima", Napoli 1902
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