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Villa dell'arcivescovo di Bari

Nel 1156 scese in Puglia il normanno Guglielmo il Malo, Re di Sicilia, il quale dopo aver conquistato Brindisi, si diresse con intenti sanguinosi alla volta di Bari.

Dice Garruba: "Marciando così irritato il Re alla volta di Bari, i cittadini, certamente ad insinuazione di Giovanni, uscirono ad incontrarlo senz'armi ed in abito di penitenza, chiedendo misericordia, ma altro non ottennero se non lo spazio di due giorni per uscire di città con quanto potevano trasportare. Dopo di che spianate prima le mura, la nostra Bari, sì ricca, sì popolata, sì celebre, fu ridotta in un mucchio di pietre, ed il suo popolo disperso nei luoghi circostanti. L'afflitto nostro Giovanni si ridusse con buona porzione del Clero e con qualche altro della città in una villa detta "Cella di Amore", ove certo gemeva sulle calamità del suo popolo".

Giovanni di cui si parla è Giovanni V, nominato Arcivescovo di Bari il 1151 da papa Eugenio III.

La villa "Cella di Amore" o "Celi Amor" o "Cella Amoris", secondo alcuni storici come il Cerri, era già un predio della Mensa Arcivescovile di Bari. L'Arcivescovo Giovanni, rifugiatosi nella sua residenza estiva di Celi Amor, fece costruire un certo numero di case, in quanto la sua villa e le poche capanne di pastori e contadini, già esistenti, erano insufficienti ad accogliere tanta gente.

Dice Beatillo: "l'Arcivescovo si ritirò in una villa de' Prelati Baresi, ch'avea nome "Cella di amore"; e poiché insieme con esso lui vi trasferì molte genti di varia sorte, vi edificarono alcune abitazioni, e cominciarono a ridurla in forma d'un'ordinario Casale, che fu pian piano poscia ingrandito, col nome di Cellamare. Il Clero seguitò il Prelato, toltene alcune poche persone, che nella Città si fermarono, per haver cura de' luoghi sagri, e per custodia de' venerandi corpi di S.Nicolò e San Sabino".

Petroni scrive: "Mestogli qual di rapitogli sposa, l'Arcivescovo Giovanni riparava con alquanti sacerdoti in una villa, che Cella d'amore per gli ameni diporti era detta, ed allora fatta terra d'esilio cangiò suo nome in Cella amara, e delle cresciute cose diventò villaggio, che quelle tetre ruine ci ricorda".

Nel 1166, morto Guglielmo il Malo, Giovanni V tornò a Bari, ma molti del suo seguito rimasero a Celi Amor.

Nel 1169 muore Giovanni V e gli succede il Vescovo di Gaeta, Rainaldo, al quale si deve la costruzione della prima Chiesa Matrice di Cellamare.

E' datato 1171 il primo documento attendibile, lo statuto della città e delle terre appartenenti all'arcidiocesi di Bari, fatto compilare dall'arcivescovo Rainaldo, in cui, come ricorda il Roppo, si cita per la prima volta una località di nome Cellamare o Cellamarii.

Scrive Meriello: "Nulla si sa di quanto accaduto in Cellamare nel periodo svevo (1198-1266). E' assai probabile, tuttavia, che essa abbia subito la sorte di tante altre terre. Che sia, cioè, diventata un feudo laicale fino a quando durò la supremazia dell'Impero sul Papato e che con la vittoria di Carlo I d'Angiò su Manfredi, sia tornata ad essere un presidio arcivescovile."

Da un manoscritto esistente nell'Archivio della Cattedrale di Bari, di cui parlano sia il Garruba che il Roppo, risulta che Cellamare fu interamente ricostruita dall'Arcivescovo Romualdo II nel quarto anno del suo arcivescovado e cioè nel 1284. "etiam funditus a primo lapide construxit et aedificavit Cellam Amoris" cioè "costruì ed edificò Cella d'Amore dalle fondamenta, dalla prima pietra".

Ciò significa che Cellamare, prima del 1284, fu completamente distrutta in circostanze che non si rilevano dall'anonimo manoscritto. Probabilmente tale distruzione avvenne durante una delle tante scorrerie di cui fu vittima la costa e l'entroterra pugliesi fino al XV secolo.

Intorno al 1280-1285 Cellamare da presidio ecclesiastico diviene feudo laicale di proprietà di Roberto Venato.

  • A. Beatillo, Historia di Bari, 1687
  • M. Garruba, Serie critica de' sacri pastori baresi, 1844
  • V. Roppo, Memorie storiche di Cellamare , 1925
  • F. Meriello, Breve rassegna storica di Cellamare, 1994
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